Le assaggiatrici – Rosella Postorino

TITOLO: Le assaggiatrici

AUTORE: Rosella Postorino

EDITORE: Feltrinelli

PREZZOcartaceo 17,00€ – ebook 6,99€

PAGINE: 285

La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura”, dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.

Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.

Ho intrapreso la lettura di “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino perchè volevo affrontare un libro a tema per la giornata della memoria di quest’anno. Come era già chiaro dalla trama, “Le assaggiatrici” non è propriamente un libro improntato sul ricordo e sulla memoria del terrore dei Lager nazisti, anche se all’interno della storia vengono fatti vari riferimenti al crudele destino degli ebrei e alle deportazioni. La trama principale ha per protagoniste persone tedesche, alcune naziste, altre meno.

La storia narrata da Rosella Postorino in questo libro è ambientata in Germania nel 1943. La protagonista principale di “Le assaggiatrici” è Rosa Sauer, una giovane ragazza tedesca. Al tempo della guerra, la berlinese Rosa si sposa con Gregor. Quando quest’ultimo viene chiamato ad arruolarsi nell’esercito di Hitler, la ragazza, rimasta orfana e con un fratello disperso al fronte, decide di trasferirsi a casa dei suoceri, nelle campagne della Prussia. Il sindaco del paese però fa il suo nome alle SS e Rosa, a soli 26 anni, viene scelta insieme ad altre 9 ragazze per diventare assaggiatrice.

Compito delle 10 assaggiatrici di Hitler era quello di testare ogni singolo pasto prima che venisse servito al Fuhrer. Dalla colazione, al pranzo, alla cena, qualsiasi pietanza, prima di finire sulla tavola di Hitler, doveva essere assaggiata per evitare possibili rischi di contaminazione e avvelenamento. Queste 10 giovani donne si ritrovano da un giorno all’altro catapultate in questo mondo, chiamato “La tana del lupo”, senza ovviamente possibilità di rifiutarsi. Per tre volte al giorno i soldati delle SS le prelevano dalle loro case e le portano ad assaggiare per Hitler. Le ragazze sono poi trattenute per circa un’ora dopo il pasto, per poter controllare ogni reazione avversa o ogni sintomo scatenato dal pasto. Solo dopo questo controllo, mentre il pasto “sicuro” viene servito al Fuhrer, le ragazze sono libere di tornare a casa fino all’assaggio successivo.

Rosa e le sue compagne fanno questa vita per più di un anno, sempre e continuamente in bilico tra la vita e la morte, sempre con il rischio di non fare rientro a casa, il tutto per 200 marchi al mese. Quello delle assaggiatrici era un lavoro a tutti gli effetti e le donne si sentivano dipendenti del Fuhrer, sapevano di fatto di servire i nazisti tramite questo loro pericoloso mestiere. Rosa, che si è sempre dichiarata “berlinese, ma non nazista”, continua per tutto il suo percorso a definirsi tale. E’ lei stessa a dire:

“Abbiamo vissuto 12 anni sotto una dittatura e non ce ne siamo quasi accorti. Che cosa permette agli esseri umani di vivere sotto a una dittatura? Non c’era alternativa, questo è il nostro alibi. Ero responsabile soltanto del cibo che ingerivo, un gesto innocuo, mangiare: come può essere una colpa?”

Il suo risentimento verso la guerra e verso le leggi di Hitler cresce ulteriormente quando il marito Gregor non dà più sue notizie dal fronte e viene dichiarato disperso. Questo avvenimento fa cadere anche l’ultimo spiraglio di speranza in Rosa, che si ritrova di fatto a cercare di sopravvivere. Il rapporto con le compagne di lavoro è complesso, spesso si sente forestiera e diversa. A rendere il tutto ancora più complesso arriva il tenente Ziegler, una delle SS più temute e crudeli, che però finisce per innamorarsi di Rosa. La ragazza, che non sa ancora se dichiararsi vedova o meno, si trova ancor più in difficoltà, tra la paura di rifiutare le attenzioni di una SS, la malinconia per l’assenza del marito e la complessa situazione che deve gestire a casa con i suoceri.

Nonostante le varie vicende personali e la prosecuzione della guerra sullo sfondo, la vita delle 10 assaggiatrici continua giorno dopo giorno, cadenzata quotidianamente da quei macabri tre pasti che per ognuna di loro potrebbero essere gli ultimi. Ecco allora che il cibo diviene quasi nemico temibile. Proprio in un momento di guerra e carestia, dove le assaggiatrici sembrano essere le uniche fortunate che possono accedere giornalmente a un banchetto ricco e vario, il cibo diventa ogni volta un rischio, un pericolo e una minaccia. Ho apprezzato tantissimo come l’autrice dia particolare attenzione alla descrizione del cibo e dell’azione del mangiare anche in scene in cui non si parla della mensa nella “tana del lupo”. Per Rosa, infatti, il cibo acquisisce una sfumatura particolare e ciò rimarrà in lei anche dopo la guerra, fino all’ultima pagina.

“Le assaggiatrici” è un libro che mi ha aperto un nuovo mondo, in quanto non avevo mai affrontato letture sul periodo della seconda guerra mondiale o sul periodo nazista da questa angolazione. Mi è piaciuto tantissimo lo stile della scrittrice, soprattutto alcune frasi forti, quasi crude, ma tanto realistiche, che mi hanno in parte ricordato il modo che ha Margaret Mazzantini di parlare della vita e, in particolare della maternità.

Faccio solo due piccole osservazioni negative a “Le assaggiatrici”. Come prima cosa ho trovato il finale un pò caotico e concluso in modo veloce. Mi è piaciuto, ma avrei preferito che i fatti venissero sviscerati maggiormente e che il salto temporale fosse minore. Seconda nota negativa è una piccola precisazione inutile al fine della trama e della storia in sè, ma che mi trovo costretta a fare per deformazione professionale. Sto parlando della scena narrata a pagina 215 (dell’edizione Narratori Feltrinelli), che descrive una donna morta e, contemporaneamente, la morte del figlio che portava in grembo. Ecco…vorrei precisare: i feti non stanno a mollo nella placenta! La placenta è un organo a tutti gli effetti che si occupa degli scambi materno fetali e nutre il feto che, invece, è “a mollo” nel liquido amniotico. Ok, ora la mia vena ostetrica sta decisamente meglio!

VOTO: 4/5

CITAZIONI:

“Il mio stomaco non ribolliva più: si era lasciato occupare. Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Fuhrer, il cibo del Fuhrer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.”

“Una morte in sordina, fuori scena. Una morte da topi, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi.”

“Dove vai con quei tacchi, ammoniva Herta, ma solo con quelle riconoscevo i miei passi, per quanto incerti fossero diventati.”

“Mi stavo ancora esercitando a fare la moglie e già dovevo smettere per ritornare figlia.”

“Era stato un errore. Non c’è nulla di divino nel dare la vita, nel toglierla, è una faccenda umana. Gregor non voleva essere l’origine di nessun destino e si era incagliato in un problema di senso, come se dare la vita dovesse rispondere a un senso, ma nemmeno Dio si è posto un simile problema. Era stato un errore, un battito appena sotto l’ombelico.”

“Un vuoto si scavò nella mia pancia, la somma della mancanza di tutti. Anche del figlio che non avevamo avuto.”

“Sentii le altre piangere, non riconoscevo il loro pianto. Le risate le puoi distinguere, […] ma il pianto no, nel pianto siamo uguali, il suono è lo stesso per tutti.”

“La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.”
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